Origine della parola “chida”, “kita”, “cida”. (Paola Putzu)

Nel panorama delle istituzioni civili e giuridiche del medioevo appare il vocabolo “kita“. Il termine, che compare inizialmente in documenti provenienti dai giudicati di Torres e Arborea, trova oggi continuazione nel sardo moderno col significato di “settimana”: nei dialetti centrali “kita“, in Logudoro “chida” e in campidanese “cida“.

Il problema che ci si pone è che nei testi più antichi il significato di tale termine è tutt’altro che chiaro, differente in ogni caso da quello di “settimana” documentabile per il sardo moderno. 

Il termine, infatti, ricorre in tutta una serie di espressioni in cui indica, in modo evidente, un gruppo di persone unite fra loro da un particolare legame che nasceva dall’obbligo comune di prestare uno stesso servizio. Per esempio:

“chida de buiachesos”: i buiachesos erano un corpo di guardie palatine addette alla protezione del giudice, comandate da un ufficiale chiamato majore de Ianna, ossia comandante di coloro che sorvegliano la porta ( ianna ), o majore de buiachesos;


– la “cita de fitu”, costituita dai Terrales de Fittu, ossia da semilibertà che avevano in affitto (fitu, fittu) appezzamenti di terra ed erano tenuti a fornire particolari prestazioni a un Signore.
Il vocabolo “kita“, dunque, designava  in origine sia un servizio pubblico obbligatorio, sia gli individui, considerati come associazione, come gruppo, che lo dovevano assicurare. Alla luce di queste considerazioni si comprende bene anche l’etimo della parola, riconducibile al latino citare nella sua accezione tecnico – giuridica che fa riferimento all’ordine impartito dall’autorità pubblica di prestare un certo servizio. 

Alcuni dei servizi obbligatori che rientravano nella nozione della kita prevedevano l’alternanza di coloro che vi erano sottoposti in turni ben precisi: in sostanza, la prestazione di volta in volta interessata era richiesta periodicamente, lasciando trascorrere determinati intervalli di tempo. A Sassari, per esempio, i cittadini di età compresa fra i quattordici e i sett’anni dovevano svolgere il servizio di guardia delle mura e delle porte della città una volta al mese. Nel giudicato di Arborea, durante la guerra contro i Catalano-aragonesi, era previsto che i soldati si alternassero nel loro servizio secondo turni settimanali, e così pure con frequenza settimanale finì con lo svolgersi la partecipazione all’attività delle varie coronas o assi giudiziali. 

Niente di strano, dunque, che il vocabolo kita, dal significato originario di “servizio pubblico obbligatorio”, “gruppo di persone sottoposte a un certo servizio”, sia andato evolvendosi, complice il fatto che alcune delle prestazioni rientranti nella sua nozione si dovevano fornire “settimanalmente”, verso quello di “settimana”, l’unico oggi attestato in sardo.